Voices and visions

Nome: Roberto
Un illuso che adora le emozioni,le ombre,il lato oscuro e magico,i fenomeni,la pioggia,i cambi di stagione,il flusso dei pensieri produttivi. Sorprendere e essere sorpreso,con ironia,tempismo e la voglia di incidere.
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Capita, quando si vive stabilmente in una grande città per molto tempo, di riuscire a influenzare le cose che si scrivono proprio in virtù dell'ambiente circostante. Una specie di involucro mentale. Devi decidere da che parte stare, da quale fazione schierarti, per mantenere una linea di ordine e di condotta. Sarò più preciso in seguito su questo discorso, del resto sono qui che cerco di capire, senza sosta, senza pausa. La lezione è lunga da imparare e il mio punto di vista è ancora gracile.
Il bistrot vi indicherà un mio nuovo pezzo, quelle parole esprimono cosa intendo meglio di qualunque altre.
In fondo il sotterfugio che utilizzo qui dentro permane, sapete?
Warning.
C'è un ulteriore mio pezzo che esalta l'orrore della realtà, l'unico vero che ci rimane, presentato nella valida vetrina del bistrot blog.
Vi porterei lontano.
In questo (climaticamente) irriconoscibile scorcio d'estate, si affaccia l'appuntamento calcistico degli Europei, questo ciclo trasmesso in Austria e Svizzera. Un po' in sordina se confrontato alle aspettative, devo ammettere. Comunque è pur sempre una competizione importante, mi aiuterà a far scivolare via questo mese e già riconosco il richiamo oscuro che provavo due anni fa, anche se in condizioni apparentemente diverse.
E' un gioco. E come tale va trattato.
Forza azzurri di casa nostra.
Mi correggo.
Dovevo per forza avventurarmi in una tetralogia di tal sorta... due vecchi leoni del rock a confronto, presi in singolar tenzone. Il primo che recensisce a suo modo uno dei funamboli della sei corde e il secondo, eccellente new entry, che difende quasi casualmente il primo.
Due compari, due stili, un solo risultato.
Poi vi prometto che me ne resto a cuccia e stoppo questi modi di comunicare.
http://www.youtube.com/watch?v=8VfSrIs02Fs&feature=related
La trilogia devo completarla, stavolta si rende giustizia alla personale versione di non-violenza.
Un racconto di vita, narrato proprio di pugno.
Il est maudit.
Undead, undead, undead
Il treno proseguì, una fermata dopo l'altra. Intorno i passeggeri stavano seduti composti; c'era chi bisbigliava, chi rideva, chi blaterava al telefono. Vestiti, tatuaggi, orecchini, piercing, ornamenti vari. Lui ci vedeva altro. Godeva di quella vista speciale, con l'attenzione a mille, il viso acceso e avvampato, le narici dilatate che respiravano proprio quell'odore dolciastro. Il sole caldo di primavera che batteva dal finestrino gli faceva male alla testa, anche se non costituiva un problema. Per lui quel viaggio rappresentava un'occasione come un'altra per stare bene. Vivere, quasi sopravvivere. Sorrise ma poi richiuse subito le labbra; il suo volto risultava sempre grottesco e brutto quando mostrava i denti. Non gli piaceva socializzare con la gente, specialmente con i passeggeri di una carrozza ferroviaria. Per la verità, lui non aveva mai legato con nessuno, forse perchè i suoi rapporti umani erano facili e veloci, concreti e leggeri. Niente paroloni, niente gesti eclatanti, niente moine. Aveva letto da qualche parte, in una delle innumerevoli biografie di attori o pseudo vip in cerca di notorietà, stampe destinate al macero nella folla degli anni, che l'amore eterno era come un sogno da raccontare a un bambino triste. Leggeva pagine di amore, di purezza, di ideali, di sentimentalismi e poi subito dopo richiudeva i libri e si scherniva: la sua capacità di rimanere abbagliato da quelle parole era il suo grande difetto, un difetto che però controllava e che per fortuna non gli era mai risultato di impaccio. Le cose davvero importanti, vitali, non erano scritte su uno stupido libro. C'erano trombe stonate e decadenti, cori sgraziati e gutturali, paesaggi infuocati, sospiri nelle tenebre. Quelli erano gli unici segnali per ciò che si doveva fare nel mondo, per lui. Se un mondo non appartiene a qualcuno, allora quel qualcuno doveva provvedere altrimenti. Sopravvivere era un'arte, più che una prima necessità: questa convinzione l'aveva resa come regola ferrea. Dai finestrini intanto udiva il ronzio della corsa sui binari e osservava lo scorrere di spezzoni di alberi e campagne, un montaggio impazzito. Odiava il sole, non era un mistero per un tipo come lui. Non aveva scelto di vivere in questo mondo ma poteva scegliere benissimo come vivere. Riprese a studiare con tranquilla precisione le figure degli altri passeggeri; con occhiate avide ma sfuggenti percepiva solo la forma dei crani, la consistenza delle gambe e delle braccia, i tratti degli occhi e delle bocche, i lineamenti delle mani, persino le punte dei nasi. Quanto sangue quei corpi potessero contenere, quanta carne potessero conservare. Passò rapidamente la sua lingua smorta sulle labbra. Non gli interessava il resto come gli anelli, i pantaloni, le scarpe: tutti contorni irrilevanti. I raggi di sole filtravano più bassi e gli lambivano la pelle giallastra, rivelando putride piaghe e ferite non cicatrizzate. Odiava il sole, si, quel sole così lesto a scovare i suoi punti deboli, in un mondo che non si vergogna affatto delle debolezze altrui. Un lampo improvviso lo illuminò, un sibillino messaggio inviato dal suo cervello. Percepiva un vuoto dentro, una sensazione di essere sull'orlo del precipizio, si sentiva come indebolito e senza speranza. Aveva fame. Era il momento buono, il tempo prima della prossima fermata era sufficiente. E prima che qualcuno potesse scoprirlo e anticiparlo, si alzò in piedi e fece quello che aveva sempre fatto e che sapeva fare così bene. Sopravvivere. Ruggì come un animale e si lanciò contro le sue prede, apoteosi di una febbre, la febbre della fame. Quando più tardi scese dal convoglio, con la faccia stravolta ma soddisfatta, imbrattato di sangue e con il cuore che gli batteva colmo di speranza e gratitudine, non pensò alla macelleria che si lasciava alle spalle, non badò più alla realtà. Tutto ciò che sentiva erano sospiri di tenebra nella mente e un vento di cenere sulla fronte.
Con una smorfia di disgusto e dispiacere appena percettibile, ripose delicatamente quel libro sullo scaffale. Non voleva perdere altro tempo a gingillarsi lì dentro. Tornò alla cassa con l'ultima biografia del suo cantante preferito, in modo che potesse finalmente conoscere cosa ne pensasse dell'amore e della cucina italiana. Forse così poteva migliorare leggermente la sua giornata.
E sono 27.
La giornata che si affaccia alla mia finestra mi rappresenta e quasi mi celebra.
Forse oggi, pur essendo qui solo, desidero tranquillità e un grigio che mi osservi in silenzio.
Io sono così, perlomeno molte volte: mi coloro di grigio. La maggior parte della gente pensa che io non possa essere di altri colori. Ciò che non si comprende, si critica e ciò che si afferra, diventa irreale e scivola dal momento topico.
Facciamoci un piacere reciproco: auguri a voi di una cioccolatosa Pasqua di resurrezione, decidete voi se reagire e ricostruirvi a valanghe di dolci e diete successive, a passeggiate in campagna preparate settimane prima e in barba alla pioggia, a colpi di tradimenti e mancanze varie. Dimenticate gli impegni pressanti, le prossime elezioni (per chi ci bada), le responsabilità.
Io in cambio vi aspetto qui, con una torta di plastica, delle candeline di cartone, su un tavolino imbandito di me in un paesino di provincia che nasconde in fretta le sue ombre e i suoi peccati vestendosi di freschi abiti fatti di cemento nuovo e spazi bruciati. Un piccolo paese dalle fondamenta cariate che gioca a fare il signore negli anni del 2000.
Tutto quello che ho scritto finora in questo angolo, dall'ormai lontano 2004, è stato spesso un tentativo per spiegare la mia immagine riflessa in uno specchio e anche come gli altri la percepirebbero.
Un diario personale? Ho abbandonato questa strada da molto tempo. Ragione o torto che sarà.
Ogni tanto riemergo però. Apro la porticina e vi dico, per giocare con il tempo che scorre: sono qua, siete qua. Come siamo diventati? Cosa abbiamo fatto nel fraddunque? E cosa faremo?
Cose così.
Il jazz non morirà mai, per fortuna.
L'anima solare di Patty sotto un tappeto ricamato dalle note incredibili di Tuck.
La magia di una serata, sorseggiata e gustata in attimi sospesi.
Let love rule.

C'è un pezzo nuovo di zecca sul bistrot blog.
Roba da brivido, credo.
E se ve lo ribadisce uno come lui, potete stare tranquilli.
Le avevo in soffitta già da un pezzo, mi toccava ripulire una volta tanto.
Queste frasi sono dedicate all'emblema dei vari film e serie tv d'azione made in Usa, una sorta di superuomo moderno che regge ancora nonostante le primavere accumulate. Sono ben 68, iniziano a essere tantine.
- Quando Chuck Norris fa sesso con un uomo, non è perché è gay, ma perché aveva finito le donne.
- Chuck Norris non legge i libri. Li fissa fino a quando non ottiene le informazioni che gli servono.
- Se chiedete l'ora a Chuck Norris lui vi risponderà "Ancora due secondi." Dopo aver chiesto "Ancora due secondi cosa?", vi colpisce con un calcio volante a girare.
- Chuck Norris usa i profilattici stimolanti al rovescio, così può provare piacere.
- Non ci sono disabili. Solo persone che hanno incontrato Chuck Norris.
- Non c'è mento dietro alla barba di Chuck Norris. C'è solo un altro pugno.
- Quando la moglie di Chuck Norris ha bruciato il tacchino il giorno del Ringraziamento, Chuck ha detto: "Non preoccuparti tesoro" e si è diretto nel cortile dietro casa. Dopo cinque minuti è rientrato con un tacchino vivo, lo ha interamente ingoiato, e quando l'ha ritirato fuori pochi secondi dopo era interamente cotto in salsa di mirtilli. Alla richiesta di spiegazioni da parte della moglie, Chuck l'ha colpita in volto con un calcio volante e ha dichiarato: "Mai discutere con Chuck Norris."
- Quelli che scorrono alla fine di una puntata di Walker Texas Ranger non sono i titoli di coda, in realtà è la lista delle persone che hanno ricevuto un calcio volante in faccia da Chuck Norris quel giorno.
- Le lacrime di Chuck Norris curano il cancro. Il problema è che lui non ha mai pianto.
- Chuck Norris non ha l'AIDS, ma lo trasmette comunque alle persone.
- Piuttosto che venire al mondo come un bambino normale, Chuck Norris ha deciso invece di guadagnarsi l'uscita dalla placenta della madre a forza di pugni. Poco dopo gli spuntò la barba.
- Chuck Norris ha venduto l'anima al diavolo in cambio della ruvida bellezza e dell'incomparabile abilità nelle arti marziali. Subito dopo aver concluso la transazione, Chuck colpì in faccia il diavolo con un calcio volante e si riprese indietro l'anima. Il diavolo, che notoriamente apprezza l'ironia, ammise lo sbaglio e dichiarò che avrebbe dovuto schivare il colpo invece di abbassare la guardia. La coppia ora si ritrova per il poker ogni secondo mercoledì del mese.
- Un uomo una volta chiese a Chuck Norris se il suo vero nome fosse "Charles". Chuck Norris non rispose, si limitò a fissare l'uomo fino a farlo esplodere.
- Chuck Norris ha recentemente avuto l'idea di vendere la sua urina come bibita in lattina. Il nome della bevanda è Red Bull.
- Chuck Norris non dorme. Aspetta.
Qui di seguito invece, ho scelto un video, molto breve ma simbolico di ben tanti altri che impazzano sulla rete, di un ormai personaggio mediatico dal cognome che sembra contraffatto e che ha avuto una bella storia di vita alle spalle, con particolari veri o presunti (non è dato saperlo); ora è poco più di un dinosauro relegato in un micro-mondo delirante e trash quasi commovente, ciò che resta dell'orgoglio dei rockettari in giubbotto di pelle, bottiglia di birra e chitarra elettrica, sempre pronti a declamare l'importanza della tecnica nella musica. Secondo me, nonostante i suoi proclami-farsa, continua a poter sfoggiare una cultura musicale notevole.
Io risponderei così a chi mi riprenderebbe per i dischi che ascolto. Se non a mia madre, a qualcun altro.