Voices and visions
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Nome: Roberto
Un illuso che adora le emozioni,le ombre,il lato oscuro e magico,i fenomeni,la pioggia,i cambi di stagione,il flusso dei pensieri produttivi. Sorprendere e essere sorpreso,con ironia,tempismo e la voglia di incidere.
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Loro non lo permetterebbero mai (side 3)
Distolgo lo sguardo dal suo corpo snello e mi concentro sul monitor. Come da copione, gli agenti rispondono dopo pochi minuti tramite e-mail. Sono l'emblema dell'impersonalità. Poche righe ma essenziali, scritte in ordine e senza errori. <<Aspettate l'arrivo dell'eliminatore, senza lasciare l'appartamento per nessun motivo. Lui saprà cosa fare e prenderà il comando delle operazioni. I bersagli saranno colpiti entro poche ore. La città è sorvegliata.>>
Dopo aver letto quel messaggio, Caterina si alza dalla sedia e ritorna a spiare dalla finestra in cucina. Il quartiere dorme, ignorando le scorribande di alcuni cuccioli di alieni. Un quartiere inconsapevole della cospirazione internazionale che c'è dietro a tre strani e verdastri corpicini, che si sposteranno lentamente, immersi in una notte italiana di fine inverno.
Contemplo il computer che ronza in stand-by, poi passeggio nervosamente come una tigre in gabbia, calpestando il tappeto sul corridoio. E' sempre stato quello il loro scopo: coprire le visite di cortesia di quegli esseri. Loro comprano il silenzio delle comunità locali, insabbiano ogni evento scomodo, negano l'esistenza di qualsiasi fenomeno, screditano quelli che cercano la verità e arruolano persone ingenue. Persone come noi, come me e Caterina e chissà quante altre. Un esercito di cacciatori, pronti ad eseguire il lavoro più infimo e sporco. Cacciatori di intrusi sul nostro bel pianeta, esemplari che non sono degni di essere studiati ma che vengono eliminati prima che qualcun'altro possa ficcarci il naso. Gli agenti pensano alla pianificazione, alle autorizzazioni fasulle, alle attività diplomatiche e quant'altro; a quelli come noi, costretti dalle fatalità, spetta la finalizzazione dei loro progetti.
Ci organizzano in coppia: un elemento pratico e aggressivo legato ad una personalità più affidabile, metodica e quadrata. Istinto e razionalità, io e Caterina, una squadra come tante all'opera. In genere il partner razionale è quello più ubbidiente al potere indiretto ma capillare degli agenti. Quelli come me invece non riescono ad ignorare la realtà e potrebbero rivelarsi pericolosi ma, per non rischiare la pelle, collaborano seppur controvoglia. Gli agenti hanno il controllo sui nostri movimenti, sulle nostre intenzioni, sui nostri desideri. Riescono a intuire la direzione del vento prima ancora che ci soffi in faccia. E' inutile tentare di sfidarli, vincerebbero comunque e la punizione sarebbe inevitabile.
In ogni caso, loro non avrebbero mai permesso di farci del male l'un l'altro. Guardo in continuazione l'orologio e sono ansioso. Finora è andato sempre tutto liscio, no? Eppure il mio sguardo irrequieto rimbalza tra le lancette e il cassetto della credenza in corridoio che nasconde l'arma di servizio.
Caterina è ancora lì, immobile e ostinata. Ha piena fiducia dei suoi superiori. Io fiuto qualcos'altro e precipito in uno stato di turbamento improvviso. Cazzo, potrebbe non andarci sempre bene. Quel silenzio mi deprime ancora di più, così le chiedo: - Hai mai lavorato con un eliminatore prima d'ora?
Loro non lo permetterebbero mai (side 2) Rispondo a denti stretti: - Te l'avevo detto che non era una zona sicura. Un casolare abbandonato in campagna può andare bene una volta per trattenerli, ma non sempre. - Adesso non ha più importanza. Abbiamo seguito la normale procedura, ma stavolta è stato un fallimento. Quei tre cuccioli non riusciranno comunque ad andare lontano, anche se sono potenzialmente pericolosi per i cittadini. Caterina scatta in piedi, la sua sembra una voce registrata. Scruta ancora l'orizzonte urbano. Poi resta lì immobile con le mani ai fianchi. Ho capito l'antifona. Non serve fare il duro, alla fine deciderà lei per entrambi. - Va bene... Allora qual'è la prossima mossa? Che facciamo? - Sono piccoli, ma comunque resistenti a questo ambiente. La loro linfa li farà sopravvivere per qualche giorno, forse anche una settimana. Andranno in giro, privi di orientamento, ma appena incontreranno qualcuno invieranno il segnale ai loro superiori. Le sue parole sono ben scandite e producono un suono piatto, appunti di un promemoria che solo lei conosce. - Caterina... - Sono piccole mine vaganti in giro per la città. Mine vaganti che devono essere fermate in qualche modo. Lo stesso tono di prima, distante e asettico. Allora grido, sbattendo con una certa enfasi il pugno sul ripiano di marmo: - Porcaccia miseria ladra, vuoi starmi a sentire? Finalmente mi scruta negli occhi per pochi secondi. Percepisco appena dei barlumi di coscienza, poi però intervengono le anomalie dettate dai circuiti manipolati nella sua mente. - E' necessario avvisarli. Loro sapranno dirci come agire in questo caso. Scuoto la testa e maledico il momento in cui l'ho fatta entrare qui. Chiedere il loro intervento sarebbe stato come firmare un'autorizzazione per permettere dei guai. Il loro motto è chiaro: chi sbaglia e se ne assume le responsabilità, paga un prezzo. Alto o basso, non ha importanza. Li vidi solo una volta. Fu il giorno in cui iniziò questa mia sventura, trascinato da compagnie sbagliate. Mi fecero ingoiare un liquido incolore, al leggero sapore di menta. Mi sentii stordito ma anche euforico, come dopo una buona bevuta, e non opposi resistenza. Da quell'istante è come se una parte del mio cervello si fosse assopita. Iniziai ad ubbidire come un cagnolino. In quell'anonimo ufficio fumavano del tabacco puzzolente, gli occhi erano coperti da lenti scure e parlavano uno stentato italiano, vestiti come banchieri con abiti firmati e scarpe di lusso. Ascoltai senza fiatare le poche parole che mi rivolsero. In pratica consegnai la mia volontà su un piatto d'argento. Mi assegnarono a Caterina, dovevo seguirla e aiutarla in ogni missione. La conoscevo a malapena, sapevo solo che era una brillante laureata che abitava a pochi isolati da me. Non ho avuto altre occasioni di incontrarli. Eseguivo le loro direttive e basta. In pratica una parabola discendente della mia vita. Finora è filato tutto senza intoppi. Mentre penso al passato e a come sono stato incastrato da un gruppo di agenti segreti degli Stati Uniti piombati nel nostro paese, sento un ticchettio provenire dal soggiorno. Tasti premuti con velocità. Caterina si è seduta al tavolo di vetro e sta usando il mio portatile, già connesso in rete. Probabilmente ha già composto il messaggio, spiegando dettagliatamente l'accaduto. Loro non hanno mai voluto fornirci indirizzi specifici o numeri di cellulare. Mi avvicino preoccupato a lei. Le sue pupille riflettono la luminosità dello schermo. Con le dita dalle unghie smaltate sposta il cursore lampeggiante sul desktop. I lunghi capelli chiari le sono ricaduti da un lato del collo. E' affascinante, non c'è dubbio, anche se non ho mai provato un approccio serio. Le relazioni sentimentali di qualsiasi intensità tra colleghi sono da evitare, loro non lo approverebbero.
Apro gli occhi. Buio. Sono sepolto nella coperta. Perché mi sono svegliato? Come una tartaruga timida, tiro fuori lentamente la testa. I led rossi della radiosveglia illuminano un poco la stanza. Le tre e trentasette del mattino, un ora buona solo per dormire. DRIN! Faccio un salto, il cuore martella nel petto. Dannato citofono! Chi può essere a quest’ora? Esco dal mio caldo rifugio e subito il freddo mi azzanna. Batto i denti. Ho i testicoli piccoli come due noccioline. DRIN! Arrivo, cazzo, arrivo! Alzo la cornetta e ringhio. - Chi è? - Luca, ti prego, aprimi… E' successo un casino… Sono Caterina… Ti prego. La sua voce è concitata, impaurita. Sbadiglio e spingo il tasto grigio sul quadrante. In pochi secondi Caterina bussa alla mia porta del secondo piano. Guardo lo spioncino, meglio essere prudenti. E' proprio lei, anche se è truccata malissimo. Apro la porta con circospezione. Caterina si fionda dentro e la richiude subito dietro di sé. Mormora, gettando via il grazioso cappotto: - Finalmente sono al sicuro... La fisso con stupore, poi mi dirigo confusamente verso il tavolo della cucina. Sono ancora un po' stordito dal sonno. - Su, siediti... Vuoi da bere? - Giri sempre in mutande per casa? Ho intuito un'insolita punta di ironia. Sta cercando di riprendere la calma ed il fiato. Per un attimo una smorfia sostituisce ogni mia parola, mentre infilo la giacca da camera. - Ma no, figurati, è che mi piace star comodo, soprattutto alle tre di notte... Caterina non sembra aver recepito la battuta. Il suo sguardo vaga per la stanza ma risulta assente. Sto per riportarla alla realtà quando lei pronuncia: - Dammi qualcosa di forte... Ne ho proprio bisogno. Apro il mobiletto dei liquori per versarle un po' della mia Nonino. Lei si strofina le mani e rimane zitta. Poi vuota il bicchiere in sorsi rapidi. Cazzo, sembra un ubriaco da osteria. Decido di interrompere quel silenzio, è inutile tergiversare, specialmente se si viene svegliati di soprassalto. - Avanti Caterina, che cosa succede? Non credo tu sia venuta qui per ammirare i mobili o i miei boxer. Guardo di sfuggita dalla finestra. Per le strade del quartiere non c'è anima viva e il vento agita qualche lattina, soliti rifiuti dei clienti della pizzeria vicina. Domina un senso di solitudine e preferisco riportare l'attenzione sulla giovane donna seduta sul bracciolo del divanetto. Sta guardando anche lei fuori e le tremano le labbra. Appare così vulnerabile e mi sento a disagio, in un certo senso. Forse è proprio questo ciò che mi colpisce: vederla fragile, nonostante il compito che svolge da anni e il suo consueto modo di reagire. Le riempio ancora il bicchiere e, dopo averlo scolato in un botto, Caterina sospira e pronuncia con fatica: - Sono riusciti a scappare... A quelle parole mi sento come se mi avessero scaraventato contro una vetrata. Mi succede spesso, al risveglio dimentico facilmente chi sono e che cosa faccio da qualche mese. Poi tutto torna, tutto si ricollega. E rivivo l'incubo nel quale sono intrappolato. Irrigidisco la mascella e stringo i pugni senza accorgermene. - Ne sei certa? Quando è successo? Caterina si volta verso di me in maniera meccanica. Ha lo sguardo deciso e non trema più. - Un'ora fa più o meno. Sono andata a controllare di persona. Poi ho mandato via i due accompagnatori e sono scappata qui per avvisarti. Parla proprio come un'automa. E' ritornata ad essere la persona calcolatrice che conosco, senza più ansia e incertezza. A volte dimentico che è stata una delle prime cacciatrici, una giovane plagiata a regola d'arte. Sta prendendo lentamente il comando delle operazioni sul resto della nottata. Brutta cosa. Loro non lo permetterebbero mai (side 1)
Inciampo nel destino (part #3)
Fu il culmine per i miei nervi. Tentai di allontanarmi urlando ma, impacciato com'ero, inciampai piuttosto goffamente, attutendo la caduta con entrambi i palmi. Rialzandomi prontamente in piedi, provai una fitta bruciante alla mano destra. Nella penombra, stentai a distinguere tra la brecciolina cosa avesse potuto ferirmi. Gemetti.
"Ti sei fatto male, amico?" domandò quell'incubo a due gambe avvicinandosi a me, silenzioso come un gatto.
"N-non è niente..." balbettai, in evidente stato confusionale. Spirò una brezza fredda che mi raggelò il sudore sulle tempie.
Mister cadavere in giacca e cravatta avanzò ancora di qualche centimetro, simile al subdolo predatore di un coniglietto rimasto intrappolato.
Ridacchiò ironico e per poco non gli crollò la mandibola. "Oh certo, non è niente, in fondo... niente. Proprio così."
Desideravo supplicargli di lasciarmi in pace; avrei rischiato qualsiasi cosa pur di mettermi in salvo. Ma prima che potessi parlare, fui anticipato da quella assurda figura. "Dovresti essere più prudente, amico. Qui ci bazzicano molti drogati, lo sai?"
Non fiatai neppure. Qualcosa mi diceva che non era finita lì.
Dopo una pausa che parve eterna, riprese con una notevole solennità: "Credo che avrai tempo sufficiente per rifletterci, dopo questa sera. Ti sei ferito ad un ago di siringa infetta, bello mio. Una siringa usata, capisci? Aids. Non c'è più nulla da fare..."
"Nooo! Che stai dicendo? Cosa diavolo stai dicendo?" gridai rauco.
"La verità. Un'amara verità, almeno per il tuo punto di vista. Non puoi rimediare in alcun modo, ripeto... e morirai miseramente il 12 febbraio del 2006." terminò sorridendo con malvagità un'ultima volta.
Sollevai la mano, lottando contro l'inevitabile tremore, per osservare meglio la ferita alla luce che mi sovrastava.
Un forellino minuscolo, ma realmente esistente. Mi crollò un universo di materia addosso, senza la minuscola forza per reagire e dubitare alcunchè.
Mi inginocchiai all'improvviso, singhiozzando. "Come fai a dirlo, brutto pezzo di merda?" dissi con quel che restava del vitale furore.
"Non ha più importanza ormai." sentenziò lo zombie immobile. L'espressione dei suoi occhi mutò per un guizzante attimo. Riconobbi con un certo sollievo uno sguardo paterno e amorevole.
"Mi dispiace, ragazzo. Sono caduto anch'io." aggiunse con tono stavolta diverso, prima di scomparire da quella infame realtà in un battito di ciglia.
Era proprio la sua voce, calma e dolce. Massimo.
Rimasi lì con le gambe rannicchiate, per un tempo indefinito, nella solitudine più desolata; ripensai con disperata avidità alla dolcezza di mia moglie, all'allegria innocente della nostra bambina, alle fantastiche gite in barca, a Massimo, alle cotolette di pollo fritte e ad un mucchio di altre cose belle e piacevoli.
Inciampo nel destino (part #2)
Schiarii la voce, guardandomi furtivamente attorno, per non sembrare un perfetto paranoico. Nessuno in vista. Scossi con decisione la testa e dopo cinque minuti di quelle sensazioni, abbandonai guardingo il mio posto. Normalmente capivo subito se c'era qualcosa di strano nell'aria; in quella circostanza, la mia sensibilità rispose prontamente agli stimoli. I miei lenti passi produssero il classico rumore al contatto con la ghiaia del vialetto. Stavo ripetendo il percorso dell'andata, con l'intenzione di uscirmene dall'ingresso principale. Diventai molto ansioso per giunta e ciò non mi piacque affatto. Un incubo ad occhi aperti in pieno luogo pubblico? Alla larga, non era di certo roba per me. Avevo sempre esibito l'autocontrollo, ma l'impressione di essere spiato da dietro qualche tronco d'albero si tramutò seriamente, durante il cammino, in qualcosa di definito, come un bruco in una farfalla. Non resistetti troppo alla tentazione e mi voltai di scatto, come un rimbambito che vuole spaventare per scherzo il figlioletto che lo segue. Il resto del vialetto risultò deserto, con le luci ormai in piena funzione all'imbrunire di quel martedì. Sbuffai, affrettando l'andatura e sbirciando con ingiustificata apprensione tra le aiuole laterali. Notai la completa assenza di gente da quelle parti, una situazione incredibile da prevedere. La languida artificialità dei lampioni presenziò la scena di cui ero l'unico protagonista. Udii un fruscio repentino, come proveniente da un cespuglio vicinissimo. Girai i tacchi una seconda volta. Assolutamente nessuno. "Dannazione..." biascicai tra le labbra rigide. Mi accinsi a riprendere la marcia ed un istante dopo sbattei la faccia contro il petto piuttosto duro e putrido di un corpo ignoto, materializzatosi dal nulla.
Indietreggiai d'istinto, con un livello record di adrenalina che mi formicolò nelle vene. Davanti alla mia espressione incredula sostò un individuo che faticai a classificare come uomo, almeno vivente. Il suo volto era profondamente incavato e ricoperto da una pellaccia esangue, ruvida come cartapesta; pochi e unti capelli spettinati ricoprivano a stento una fronte piuttosto alta e deformata. Era vestito come un impiegato di banca o delle assicurazioni, con giacca grigio topo, cravatta a righe che cingeva il colletto di una camicia chiara e pantaloni di raso perfettamente puliti. Ma le unghie sporche di terra delle dita tradirono decisamente l'impressione destata dal suo abbigliamento. Mi sorrise biecamente, osservandomi con pupille di vuota intensità e mostrando l'orribile mancanza degli incisivi.
"Bella serata, vero?" pronunciò dopo un silenzio inconcepibile, inframezzato dal mio affanno. La voce mi suonò troppo estranea; dentro di me ero già fuggito via da quel posto pauroso. Paradossalmente però cercai di rispondergli, ma dalle corde vocali non uscì nient'altro che un insulso lamento.
Lo zombie si sporse in avanti. "Ti sei ingoiato la lingua per caso?" chiese, un po' contrariato dal mio atteggiamento.
Le sue sopracciglia si arcuarono minacciose.
Inciampo nel destino (part #1)
Lasciai con secca indifferenza che il portone del palazzo alle mie spalle si chiudesse, nonostante il severo avviso di accompagnarlo con cura.
Che si fottano tutti in pompa magna, su in ufficio. C'era da aspettarselo, del resto; il ragionier Sticani era decisamente ottuso quanto le sue strampalate convinzioni sul modo di gestire la contabilità di magazzino. Non dovevo dar retta alle sue frecciate ma, data la mia suscettibilità, non potevo restarne indifferente. Caspita, che colpa ne avevo se la stampante del mio computer non funzionava più a dovere? Erano settimane che inoltravo richieste per cambiare le cartucce e nessuno mi aveva dato retta.
Ecco come poteva essere rovinata una giornata standard di lavoro per un litigio su un rendiconto dall'inchiostro sbiadito.
"Se non sei attento alle tue faccende, non diventerai produttivo da nessuna parte." mi rinfacciò sornione quel barilotto pidocchioso, mentre la giovane segretaria dalle gambe sgangherate faceva finta di sfogliare Novella 2000 per non ridacchiare di me.
Come poteva essere produttivo uno come lui, che spiava siti porno appena il capoufficio era assente per qualsiasi motivo?
Mi sentivo uno schifo per la rabbia. Ficcai nervosamente entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni, dopo aver lasciato la mia valigetta in auto. Diedi calci ad una lattina vuota di sprite finchè potei, passeggiando per strada. Avevo voglia di aria fresca prima di rincasare tra le mura domestiche e sorbirmi ulteriore stress. A testa bassa, fissando i marciapiedi del lungo viale poco trafficato, non vidi il sole che tramontava in un esemplare disegno di mite primavera. Pensavo invece a tutt'altro.
Il sapore del suo dopobarba, un po' invadente per la verità, e lo sguardo attento e rassicurante. La sua voglia di rispettare il lavoro di tutti, soprattutto dei neoassunti alle volte un po' imbranati come me. I suoi consigli e contemporaneamente i suoi costruttivi rimproveri per farmi crescere (altro che il ragionier Sti cazzi), come fosse un secondo padre. Per dirla brevemente, in un nome solo, si riaffacciò tra i miei ricordi il volto marcato del signor Volpi. Precisamente Massimo Volpi, un caro collega che fino a sei mesi fa lavorava nella stanza accanto.
Poi sparì dalla mia carriera, lasciandomi solo a patire le lamentele superflue degli altri dipendenti. Dissero che era stato licenziato perchè aveva iniziato il suo declino psicofisico, del tutto inspiegabile e misterioso. Una persona divenuta così fuori di testa non poteva ovviamente più reggere in amministrazione. Così da allora non vidi più Massimo; forse aveva cambiato casa o addirittura città o magari si era dovuto ricoverare chissà dove.
Erano le sette meno un quarto e mi inoltrai, con nessuna precisa cognizione, entrando nell'ampio giardino comunale di Piazza Garibaldi. C'era qualche ragazzino che giocava a nascondino tra i muretti del campo di bocce, alcune coppiette che si sbaciucchiavano sulle panchine di cemento senza la pretesa di andare oltre e gruppi di anziani, di cui alcuni con le biciclette e altri con i bastoni, che discutevano animatamente in dialetto sulle pensioni e sul malgoverno.
Camminai sospirando diverse volte, con il viso imbronciato, senza una meta apparente.
"Sticani è un imbecille, non c'è bisogno di granchè per riconoscerlo. Ora che lo sai, cerca di non dare troppa importanza a ciò che ti dirà."
Quelle furono le ultime buone parole che mi regalò, prima di andarsene. Aveva la lingua senza peli, il buon vecchio Massimo. Lo rimpiansi con sincerità mentre mi sedetti su una panchina ovviamente vuota. Scoprii di non aver voglia di vedere nessun'altro tranne lui, in quel momento.
Intanto l'oscurità iniziò a distendersi dolcemente e già i primi lampioni si accesero flebili. Respirai con piacere l'odore fresco dei pini, tentando di rilassare i muscoli delle gambe. A circa cinquanta metri di distanza, laddove una grossa quercia vigilava impassibile come un corazziere della Repubblica sull'angolo precedente i puzzolenti bagni pubblici, scrutai il posto in cui di solito davo appuntamento agli amici della mia adolescenza.
Fu allora che mi sentii stranamente osservato, nonostante fossi solo in quella zona del parco.
Cacciatori occasionali
It was a dirty day... Hank says: "The days run away like horses over the hills."
Quel piano era composto da una stanza piccola e una più grande, probabilmente una comune soffitta. La porticina era socchiusa. Da una spaccatura sul soffitto, i bagliori spettrali della luna completavano ottimamente la scena.
Più che spaccatura, sembrava un buco lievemente ovale.
Nessuna traccia del nostro obiettivo. Evidentemente adorava giocare a nascondino, quel bastardo. Mi passò per la mente, tra i ricordi d'infanzia, le serate con gli amici per le strade del mio quartiere e sogghignai di nuovo: il campo del gioco adesso era troppo ristretto. Molto facile. L'avevamo in pugno.
Di lì a poco la porticina di fronte a noi si aprì, sospinta lentamente e sottolineata da un lamento soffocato. Bastò soltanto il fucile di Franco.
E fuori quattro...
Di fronte al portone di casa, con la notte ancora piena, ci salutammo.
Sicuramente non avrei rivisto per un bel pezzo quel Sigismondo, che si congedò con un cenno di mano. Meglio così. La sua freddezza mi inquietava.
Franco si preoccupò di buttare nel cassonetto la tanica di benzina estratta dal suo zaino in pelle e una coperta vecchia, bisunta e annerita dal fumo.
"Anche stavolta ci è andata bene." mormorai, fissando il mazzo di chiavi.
Alzai la testa e Franco annuì convinto.
"Ti faccio sapere i prossimi sviluppi." si rimise lo zaino sulle spalle e scomparve nel vicolo.
Girai la chiave nella toppa ma ricordai che stavo dimenticando una cosa.
Richiusi meccanicamente il portone e mi recai al garage lì vicino.
Come le altre volte, dovevo nascondere in un posto sicuro la pistola e la fondina. La saracinesca cigolò ma non m'importò più di tanto. I miei dormivano dalla grossa a quell'ora e nemmeno i bombardamenti li avrebbero disturbati. Iniziai a rifletterci su.
Ancora una volta il mondo civile non aveva saputo un'altra verità. Noi la manipolavamo quasi con la naturalezza di un muratore che manovra uno scavatore. Ci eravamo dentro fino al collo. Nel giro di due annetti, era la quarta volta che succedeva qualcosa. Già. Qualcosa.
Ogni tanto capitava che un cucciolo di loro si perdeva chissà dove...brutte storielle.
E non è colpa nostra se scoprimmo alcuni anni fa, per puro caso, uomini in giacca, cravatta, occhialoni scuri e tesserino speciale che avevano impiantato un mastodontico accampamento nella campagna sperduta della nostra regione. Ettari di suolo occupati da tendoni, furgoni e macchinone rigorosamente nere ad alta cilindrata. E un plotone di tecnici che presidiava da qualche giorno quelle parti, alla ricerca di minerali per studi archeologici finanziati dal loro governo.
Balle!
Effettivamente erano tecnici e agenti federali dell'Fbi. Americani pieni di potere che sapevano come esercitarlo per i loro scopi. Le autorità locali furono prese per il culo da quella copertura apparente, con tanto di autorizzazioni concesse in fretta. Ma forse, anche il governo italiano era al corrente della situazione. Non saprei dirlo con convinzione.
Chissà in quante parti del mondo questa pagliacciata si ripeteva. E quanti altri, come noi, erano stati condizionati schifosamente a cambiare il proprio destino...senza volerlo. Quante cospirazioni!
E' strano come solo in alcuni momenti riuscivo a ricordarmi schegge di quel passato. Troppo poco per poter raccontarlo in giro. A che pro? Tanto mi scoprirebbero prima che possa suicidarmi. Loro sanno sempre tutto, quella è la prima cosa che imparai. Sanno ciò che hai fatto e ciò che farai...non si può averla vinta. Conveniva ingoiare amaramente.
E la gente comune mi avrebbe rinchiuso volentieri pur di non sentire i miei stupidi deliri!
Mi rullai uno spinello appena uscii dal garage. La brezza bollente di mezza estate non mi lasciava in pace.
Osservai il cielo stellato, fantasticando su galassie e pianeti ineffabilmente lontani...
"Cosa volete da noi? Perchè non ci lasciate in pace?" mormorai, inarcando le sopracciglia.
Non ottenni alcuna risposta.
Iniziai a sentire uno strano sapore in bocca, sotto il palato. Strano. Era menta...o forse, solo un altro ricordo lontano e sfuggente.
Undici e un quarto. La sveglia, per una volta tanto, si era arresa al mio sonno. Ma ci pensò il telefono ad inaugurare un'altra giornatina.
Era Franco. Come previsto.
Con la voce impastata, risposi biascicando nervosamente mezze parole.
Nemmeno il tempo di terminare la colazione che già si presentò, come al solito vestito male. Non cambierà mai, pensai.
Ci sistemammo nella mia stanza. La sua espressione era straordinariamente vuota e opaca, quasi stanca. Sembrava reduce da una notte insonne.
"Ho appena finito di parlare con i capi."
"Grande! Che dicono?"
"Sono soddisfatti. Ho appena steso il rapporto. Lo spedirò per posta elettronica."
Notai un lieve segno violaceo sul suo palmo destro.
"Che hai là?" indicai meravigliato.
"Mi sono scottato quando abbiamo bruciato il corpo." rispose lui tranquillo.
E' straordinario come la loro pelle, così dura e ruvida al tatto, si sciolga in poco tempo mentre brucia. E come puzzava nel frattempo!
Rischiammo quasi di soffocare, in quella casa. Per quel motivo, dopo aver estinto con la coperta quei pochi brandelli che restavano anneriti e irriconoscibili, ci precipitammo per uscire all'aperto. L'aria ne sembrava contaminata.
Mi balenavano in mente i ricordi di ieri notte. Volevano uscire, librarsi nell'aria come il puzzo insopportabile di quel corpo carbonizzato.
Non potendo resistere, domandai: "Ti capita mai di ricordare?"
"Ricordare cosa?" rispose Franco, non senza trattenere il fiato qualche secondo.
"Quando scoprimmo tutto...la nostra alfa e omega..." tentai di svegliarlo dal torpore.
Franco preferì tacere. Il silenzio di chi non sa rispondere. O di chi non vi riesce, pur provandoci.
In fondo non posso pretendere altro: se a me è concesso ricordare talvolta, ciò non vale per lui.
Dei poliziotti ci presero alle spalle, come nei film, mentre osservavamo da lontano tutta quella scena insolita dai nostri scooter, credendo di poter filare lontani non appena fossimo in pericolo. Sbagliammo i nostri calcoli. Ci sequestrarono i motorini e ci portarono in uno strano ufficio non molto distante da lì. Eravamo quasi in arresto, ci minacciavano con le pistole. Non fiatammo nemmeno, spaventati come conigli e ammanettati come serial killers.
La nostra unica colpa fu che stavamo osservando fin troppo, per essere due adolescenti di passaggio. Ci controllarono le carte di identità e dopo ci portarono in una tenda dell'oscuro accampamento. Non potevamo fiatare, per non disturbare il lavoro meticoloso dei tecnici in tenute d'amianto che trafficavano dietro a marchingegni elettronici di inaudita dimensione. Fili di ogni sorta, cavi elettrici dappertutto. Ma c'era ben altro...qualcosa che avrebbe fatto sobbalzare anche il più incallito impassibile.
In quei pochi secondi a disposizione prima di introdurci in un'ennesima stanza chiusa, la mia stupida immaginazione si ingigantì e soppiantò quel poco scetticismo che mi rimaneva.
Io non ne capivo una mazza a quel tempo di quei cosini...o visitatori, a detta degli agenti federali.
Ma la vista rapidissima di strani velivoli circolari e metallici, minuti cadaveri verdastri con teste ovali, occhi come perle nere di plumbea intensità, mani con sei esili dita fu abbastanza per capire che eravamo coinvolti alla grande. Solo per pochi passi, sotto quell'enorme tendone bianco.
Ora potevamo servire agli scopi dei federali. Avevamo ficcato il naso nel loro segreto e perciò erano autorizzati a servirsi di noi. Punto e basta.
Franco ed io eravamo ad un autentico bivio: o collaborare con loro oppure ci lasciavamo le penne. In entrambi i casi, il mondo sarebbe rimasto ignaro di quella faccenda, che era più grande di noi per l'importanza che rivestiva.
Non avevamo scelta migliore di quella, dunque... preferimmo salvarci la pelle.
Non so ancora perchè preferirono Franco...quei figli di puttana fumavano come turchi e parlavano col pilota automatico. Nemmeno una sbavatura. Forse si erano fidati dei suoi occhiali e del suo viso da intellettuale.
Io me la cavai con un misterioso intruglio al sapore di menta.
Avrei dovuto dimenticare tutto e rimanere alle dipendenze di Franco.
So perfettamente che frugherebbero anche tra i miei neuroni, a loro piacimento...per rubarmi la coscienza. Ma per fortuna riacquistai la memoria e, con essa, la mia vocina stridula e rompiscatole a cui tanto ero legato. Era una parte di me che faticai a ritrovare.
Evidentemente l'amnesia doveva essere solo temporanea. Giusto per rendermi insicuro e manipolabile. Fu da allora che quei riti si intromisero e non mi lasciarono solo un attimo.
Franco trascorse due ore o anche di più sotto i ferri. Avevano pure la saletta chirurgica quei farabutti.
Gli impiantarono il microchip. Ha ancora la cicatrice sul capo. Non so esattamente dove. Non lo sa neppure lui. Al giorno d'oggi Franco non si rende conto di essere un giocattolo meccanicamente comandato a distanza e saturo di istruzioni e comandi da eseguire. Per lui la vita scorre come sempre è stato, tra un incarico speciale e l'altro. Non prova più emozioni da quel maledetto giorno.
Non si chiede mai il perchè di quello che è costretto a fare. Non se ne rende conto. Gli mangiano la coscienza e gli succhiano l'anima...e lui direbbe loro pure grazie.
L'unica cosa che sa ormai è che faccio parte della squadra. Niente altro, niente domande. Quando giunge il nostro turno, riceviamo le istruzioni ed eseguiamo.
Ci risvegliammo entrambi ai lati di una quercia, con i nostri scooter intatti, quello sporco giorno. Era un posto deserto adiacente alla statale. Entrambi increduli, rimanemmo confusi per parecchio tempo, tanto da ritardare il nostro ritorno a casa. Franco fece fatica nel giustificare a sua madre il nuovo look: testa rasata a zero, come un naziskin disegnatore di svastiche sui muri delle stazioni ferroviarie.
In ogni caso, da quel giorno esatto, iniziò la nostra nuova vita. Novelli cacciatori. Speciali.
Quest'ultimo flash-back mi svuotò completamente. Mi sentii strano, come se avessi vomitato all'improvviso. Mi sedetti accanto a lui, di fronte alla scrivania.
Le tapparelle erano ancora abbassate ma il sole penetrava ugualmente dai fori.
Quando i miei occhi incrociarono quelli di Franco, non ebbi la volontà di dire altro: pupille dilatate, immobili, in attesa di chissà cosa.
Lo sguardo di un automa in stand-by. Anzi, lo sguardo di chi si è sempre arreso.
Dannati federali...
Cacciatori occasionali
It was a dirty day... Hank says: "The days run away like horses over the hills."
La strada era lunga più di quanto credessi. E la luna era limpida e piena più di quanto potessi sperare...almeno una qualche luce ci seguiva nel nostro cammino. Luce naturale, a parte quella artificiale delle torce elettriche.
Stavamo bene attenti a dove mettevamo i piedi, i rami per terra sembravano propensi a sgambettarci; man mano che procedevamo nella insolita passeggiata, ripensavo a quanto poteva accaderci, al nostro destino, a cosa diavolo potevamo trovare in quel posto...o meglio...lo sapevo molto bene. Come le altre volte, di solito operavamo nel nostro territorio, in raggi d'azione di poco flessibili.
Mentalmente recitavo il mio rito.
"Dannazione, rieccolo a stendersi prepotentemente nel mio cervello... nemmeno chiede il permesso per uscire dalla sua stanza!
Voci, voci ridicole e un po' strane...che rimbombano dentro di me e dicono di immaginare il pericolo, il negativo inevitabilmente da affrontare...nella speranza, appunto, di ribaltare nella realtà la previsione abbozzata."
Ciò significava tornare a casa prima, senza esito alcuno e finalmente farsi una sana scopata con miss tette d'oro...ah, come galoppava la mia immaginazione...nemmeno la mia coscienza era in grado di tenerle il passo.
Cercai finalmente di spostare la mia attenzione verso i miei compagni e il paesaggio intorno a noi.
Sigismondo, quasi fosse lì per caso, non aveva pronunciato una parola da quando eravamo partiti. A dire il vero, conoscendolo solo di vista, non avevo mai sentito la sua voce. Il suo compito era marginale, probabilmente i nostri capi non avrebbero acconsentito al suo impiego.
Ma Franco sapeva il fatto suo e finora non aveva mai fallito: se si fidava di quel tipo, allora c'era da star tranquilli.
La zona era ancora lontana, mancavano ad occhio e croce più di sette kilometri e il percorso non presentava intoppi: proseguire dritto, cercando di non fare troppo chiasso.
La luna e le stelle parevano osservare i nostri movimenti. Non lontano, parallela al nostro tragitto, c'era la linea ferroviaria locale che portava i vagoni fino al capoluogo.
In ogni caso, eravamo all'erta e molto determinati a non mandare tutto a puttane: la preoccupazione per il passaggio del treno era eccessiva, visto che lì era tutto deserto e oscuro, ma la prudenza era il nostro forte.
Franco durante il cammino aveva trovato, con l'aiuto della torcia, qualche chiazza di sangue per terra...sangue rosso e strane sostanze verdi sul terreno incolto. Si era chinato per qualche minuto sulle chiazze esaminandole attentamente. Le esaminai anch'io: erano di una tonalità di rosso che non avevo mai visto...
"Bingo. Queste sostanze le ho osservate già altre volte. Siamo vicini." aveva pronunciato sottovoce. I suoi occhi brillavano alla luce elettrica.
"Faremo fatica?" chiesi, senza nascondere un po' di preoccupazione.
"Credo di no. I capi hanno detto che è indifeso, un cucciolo del gruppo..."
"Come diavolo c'è finito là?" alzai leggermente il tono.
"E' difficile da spiegare, ma ora è solo e non sa nemmeno dove si trovi..." fece Franco e con un gesto eloquente mi raccomandava di non far chiasso.
"Mmm...quindi si tratta solamente di..."
"Certo. Non faremo restare nulla. Ora avanti, ci manca poco." mi interruppe bruscamente.
Riprendemmo il cammino più alla svelta, dopo quella pausa. Io ero confuso.
Sigismondo continuava a restare nel suo silenzio e io lo guardavo quasi con sospetto. Ma in fondo, si era calato perfettamente nella parte del copione. Non sapeva nulla del nostro piano e non aveva il diritto di far domande. Aveva già ricevuto qualche bigliettone per la fatica che avrebbe sprecato.
A questo punto mi ricordai che i capi, col tempo, vollero assegnare più responsabilità a Franco.
E questo significava che a lui spettava la regia dei nostri piani, che peraltro erano quasi preparati fin da principio. A noi toccava la parte più seccante. E Franco, in fondo, riceveva solo le briciole del pane.
Lui, inoltre, avvisava i capi dell'esito raggiunto tramite cellulare.
E poteva scegliere dei suoi collaboratori occasionali, a patto che non sapessero nulla, s'intende. Collaboratori come Sigismondo.
Io non avevo i recapiti dei mentulatori e non sapevo nemmeno i loro nomi.
Forse la loro identità era sconosciuta perfino a Franco.
Secondo le idee dei capi in giacca e cravatta, il rapporto tra me e Franco avrebbe dovuto essere di dipendenza. Nel senso che avevo una persona in più a cui obbedire. Ma si sbagliavano, forse per la prima volta. I burocrati credono molto di più nelle piramidi.
La nostra amicizia, invece, trasformava la dipendenza in stretta complicità.
Mentre realizzavo tutto questo, udimmo un rumore lontano...che però si faceva pericolosamente più percettibile.
Era il treno delle 22.34. Ne ero certo, lo prendevo spesso.
Ormai era vicinissimo a noi tre.
Prima che le luci anteriori del convoglio potessero catturarci, Franco gridò: "A terra, a terra!"
Ci distendemmo, parzialmente nascosti dalle alte erbacce.
Mentre mi rialzai, controllai il palmo della mano sinistra che bruciava...il taglio che mi ero procurato, urtando probabilmente una pietra aguzza, non era preoccupante.
Il fischio del treno era quasi svanito, ora eravamo di nuovo soli nel buio.
Non era il momento delle conversazioni. Sigismondo non si era nemmeno lamentato nel cadere in terra bruscamente. Avrei scommesso la testa che non avrebbe urlato nemmeno con una pallottola sparatagli alle spalle. Imperturbabile, camminava con la sua torcia seguendo i passi di Franco.
Ci avvicinavamo sempre di più alla meta. I nostri passi acquistavano sicurezza e, se non fosse stato per quel maledetto treno, non avremmo avuto nessun affanno.
Mi sentivo troppo escluso dagli altri due. Quasi non fossi con loro. Notavo la loro calma e freddezza nei movimenti...e questo faceva a pugni con la mia ansia.
E intanto cercavo. Cercavo disperatamente di aggrapparmi al mio rito per cambiare le sorti del gioco a mio favore. Era come prendere una droga. Povero illuso! Vi sono momenti in cui non ricordavo nulla: la mia identità, il mio passato, il compito che mi costringeva a camminare di notte lungo la ferrovia...
Lampi di spazi bianchi che interrompono di tanto in tanto la mia vita.
Come birilli, li riuscivo a far cadere ogni tanto. Ma per fortuna ricomparivano e potevo far finta di niente.
Cercai di pensare a qualcos'altro...tipo i progetti che molte volte non vanno a buon fine...
"Eccola...la vedete?" Franco mi risvegliò dalla mia assenza. Era caricato al massimo, il mentulatore.
"Si..." risposi, contemplando la casa davanti a noi a quasi un kilometro.
Dunque eravamo al culmine della nottata.
"Occhio." raccomandò bisbigliando il mentulatore. E riprendemmo la marcia.
Sigismondo si accese una sigaretta. La fiamma dell'accendino illuminò i suoi occhi. Sembravano stranamente luccicanti e il loro colore nero plumbeo mi spaventò.
Osservai la costruzione, appena fummo ragionevolmente vicini: era proprio abbandonata. Una decrepita casa colonica di due piani con un balcone sgangherato che s'affacciava verso i binari e un camino sulla terrazza.
Ma non v'erano tracce di vita. Vita umana. Sicuramente non serviva più nemmeno per riporre gli attrezzi dei contadini.
Le finestre erano adeguatamente serrate. Le erbacce circondavano il perimetro intero, colorandole di un verde che potevo appena distinguere. Le pareti esterne erano rossicce, brutta cosa da vedersi. Le colpii più volte col raggio della mia torcia, alla ricerca di altre cose interessanti.
Franco aveva ragione: l'avevo notata milioni di volte, di sfuggita, sul treno.
Vicino all'entrata opposta alla linea ferroviaria, ci fermammo con circospezione. Sigismondo spense il mozzicone e Franco preparò al meglio la sua doppietta. Poi si mise a frugare nel suo zaino marrone in pelle, quasi a voler controllare le altre sue diavolerie. Il caldo divenne afoso e insostenibile. Avevo la maglietta inzuppata di sudore.
"Ok ragazzi. Massimo silenzio. L'entrata disponibile è solo questa, la principale. Esiste una sul retro ma è inutilizzabile. Attenti a non far troppo rumore. E' un cucciolo e se si spaventa..."
La nostra guida non completò la frase. Un rumore di pietroline rotolanti mi fece raggelare le arterie. Rimanemmo in silenzio per un po'. Poi Franco riprese a muovere le labbra.
"Al diavolo! Sigismondo rimani qua fuori. Se tra dieci minuti non usciamo da questa bettola, scappa via come il vento. Tieni gli occhi ben aperti e avvisaci se qualcosa non va. Non dovremmo metterci molto comunque..."
Sigismondo annuì lievemente.
"Cazzo, nemmeno una parola! Un perfetto automa di merda!" pensai.
Franco mi lanciò un'occhiata, indicandomi la porta di legno quasi marcita dall'umidità.
"Chi va avanti?" chiesi.
"Chi ha più responsabilità."
Niente da discutere. Franco tirò fuori il coltellino svizzero multi-uso, ma si fermò prima di compiere qualsiasi altra azione. Ci ripensò e prese il piede di porco. Un colpo secco bastò. La porta si sarebbe aperta con un calcio, ma il rumore sarebbe stato eccessivo. Fortunatamente non scricchiolò affatto.
Prima di entrare, dal mio zaino pescai la mia semiautomatica dal calcio lucido, già carica. Regalino dei federali. Mi sentii subito protetto. Ora avevo entrambe le mani impegnate.
Le nostre torce indicarono le mura piene di ragnatele agli angoli, il pavimento con qualche mattonella mancante, mucchi di cemento in polvere e pietre ovunque. Poteva mai funzionare la luce?
L'interruttore che trovammo non soddisfò la nostra speranza.
Ispezionammo cautamente tutto il piano terra. I nostri piedi procedevano misurati e vellutati. Bisognava trovarlo. Non ci interessava altro di quell'ambiente. All'improvviso mi sentii toccare la schiena. Mi voltai di scatto e scorsi una figura scattante che correva a piccoli e rapidi passi. Gemeva sommessamente e si dirigeva verso le scale. La mia torcia lo scovò per ben tre volte, ma per frazioni di secondo.
Quella scheggia impazzita si rifugiò al piano superiore.
"Merda!" pronunciai.
"Di sopra, presto." fu la replica di Franco.
I nostri occhi, ormai abituati all'oscurità, ci aiutarono meglio.
Salimmo le scale malconce. C'erano delle crepe che avevo scoperto mentre camminavo dietro il corpo alto
E tracce di uno strano liquido, come quello trovato sul terreno poco prima...la nostra preda era ferita. Non sarebbe fuggita lontano e non nascosi il mio ghigno di approvazione.
Sudavo freddo all'idea di poter cadere, sarebbero stati guai seri. Le scale abbinate alle crepe non portano nulla di buono.
Superata la prima rampa, mi tranquillizzai. Continuai a puntare la mia torcia ad ogni angolo della casa, seguendo il mio istinto d'esplorazione...e facendola scattare come dei riflettori che illuminano il palcoscenico di un teatro.
Ancora pochi gradini. In quell'istante mi sentii come al lunedì, quando sei già alla metà del tuo saggio e ti restano ben sei giorni prima della consegna.
(continua)
Cacciatori occasionali
It was a dirty day... Hank says: "The days run away like horses over the hills."
"Probabilmente con questa affermazione mi giocherò il resto della vita.
Ma sono assolutamente nervoso e soprattutto stanco di sentire nella mia coscienza voci che mi ripetono di essere umile nelle previsioni di ciò che mi accadrà per cercare di assicurarmi un po' di buona sorte...oh cazzo...sto continuando a farlo...cercare di assicurarmi? ...no, no...io lo faccio apposta!
Ammettilo, furbone. Non servono i tuoi scongiuri e le tue umiltà gratuite per coprirti il culo e sperare che, chissà come, possa andar meglio nel futuro.
Il tuo futuro è quello...non si cambia idea, quando si è già seduti sulla giostra in corsa...non si torna indietro!"
Aprii gli occhi, accecato dai fiotti di luce del giorno.
Per un attimo non riconobbi la vocina stridula e fastidiosa come quella di una arzilla maestra delle elementari. Quella vocina che sibilava. Aveva affittato una stanza del mio cervello e mai l'avrebbe lasciata libera.
"...Cristo, ma sono ancora qui? Che diavolo mi succede? 'Sti pensieri strani da dove escono fuori? Vediamo che ore sono...cazzo, le cinque. E non ho ancora scritto nulla. Mettiamo nel lettore questo dischetto e vediamo un po'...ma...ma come mi sfilano in mente 'ste seghe mentali?
E' da un po' che ci penso...una sorta di rito che si ripete all'infinito...mi ha rapito e mi scuote violentemente ogni volta che cerco di cancellarlo. Ma è forte e non si arrende, non muore.
Tipo quella voglia di sesso che viene, hai presente? Verso le cinque appunto..."
Il telefono sulla scrivania interruppe il mio grillo parlante. Quasi caddi dal letto.
"Si? Ma che ti gridi? Ci sento benissimo...si d'accordo...vieni, basta che non mi rompi le palle. Ho troppo da fare oggi...ah."
Era Franco. Aveva deciso di venirmi a trovare. Sempre quando c'era qualcosa da fare, per me. Ho spesso avuto l'abitudine di mentire per telefono ma stavolta non lo feci...però è da tanto che non prendevo carta e penna per buttar giù qualche frase...dovevo affrettarmi o quelli del club mi avrebbero cacciato a pedate. Mi dispiaceva mentre guardavo i fogli sparsi.
"Si ma cosa scrivo? Cosa m'invento? La mia testolina è affollata da quel rito...sega mentale? No, meglio definirlo rito...si, si...certo...come se non bastasse oggi...m'è venuta la voglia di far sesso...ma proprio ora!
E Franco mi deve parlare...fa il misterioso, lui...di che cosa mi deve parlare, se ci sentiamo ogni santo giorno? Qua fa un caldo del demonio, i treni mi fischiano nei timpani quando sfrecciano via, mi consumano la concentrazione e la voglia...che comunque sembrano fottute da questi pensieri. Passeggeri? Non lo so ancora!"
Nonostante tutto, malgrado il fastidio, il suono metallico, quella vocina era come energia inestinguibile: mi faceva sentir vivo. La coscienza. E Dio sa quanto meritava di rimanere accucciata nella sua stanza.
Appena sveglio da un sonno agitato, con il sudore dietro al collo, il copriletto stropicciato e nemmeno un filo di vento per rinfrescarmi, mi stiracchiai più volte.
Di lì a poco il citofono emise il suo ronzio. Anticipai mia madre, che guardava la tv in cucina.
Era il mentulatore, come previsto.
Ricordo come fosse l'altro ieri...scovammo su Internet 'sto gruppone dei Prophilax...demenzialità pura e assoli vertiginosi...e la parola mentulatore, così affascinante, così stridente in quel testo di una loro canzone, non abbandonò più le nostre scorribande comunicative; iniziò a sostituire il termine "magnaccio" e poi progressivamente, col tempo e l'abitudine, le parole "delinquente", "disonesto", "compagno" e addirittura "superiore"...alla fine, nel nostro universo, c'erano più mentulatori che uomini normali.
Franco non aspettò il via.
Si notava eloquentemente che aveva voglia di non perdersi in solite chiacchiere.
Anni di amicizia sono abbastanza per capire certe cose da alcuni particolari: l'espressione del viso, la fronte sudata, il passo ritmicamente nervoso...
In quel pomeriggio, Franco non stava più nella pelle: era agitato e quasi confuso. Particolari abbastanza strani, per uno come lui.
Un segreto? Una rivelazione sorprendente? O un ennesimo buco nell'acqua?
Si asciugò la fronte con il lembo della sua camicia a quadri...cazzo, come vorrei che cambiasse look...sempre quello, fisso da quando è nato.
"Dio santo, è estate...come minimo circolano nell'aria più ormoni che molecole d'azoto: liberiamo l'eros, la sensualità, il linguaggio del corpo espresso anche tramite un abbigliamento più adatto...e invece lui nulla. Sempre serio, moralista e classico in quelle camicie. Come il suo carattere."
Lo fissai e lui finalmente parlò.
"Roberto, è successo un casino..."
"Nemmeno saluti? Da dove vieni, da Oxford?" replicai ridendo e cercando di non farmi scoprire. Immaginavo quel mentulatore con un panino in mano, davanti all'entrata della Oxford University. Ce n'era da ridacchiare per un'oretta buona.
"Ne hanno scoperta un'altra...porca miseria...che scoperta!" mormorò il mentulatore.
"Ehy frena, frena amico...anch'io ne ho scoperta un'altra...una biondona, vedessi le tette...e m'è venuta pure voglia adesso...so dove abita...perchè non..."
"Oh Dio...perchè ne hanno scoperto un'altra?" mi interruppe Franco, che pareva non sentirmi, girando attorno alla stanza e frugandosi nelle tasche alla ricerca di chissà cosa.
"Ma di cosa parli?"
"Della zona...un'altra zona..."
All'improvviso intravidi lo spiraglio che mi aiutò a ricordare ciò che avrei volentieri buttato nel cesso, tra le tante stanze nel mio encefalo...
"Ah..." risposi con una punta di amarezza.
"Si trova a 10 km da qui...so la strada. Dobbiamo andarci appena farà buio, ma ci serve un'altra testa..." continuò Franco. Lui non poteva dimenticare.
"Come fai a saperlo? Ne sei sicuro?"
"Come la morte."
La parola morte, in quel momento, pronunciata così, mi faceva rabbrividire. Di solito non mi causava nessun effetto. Evidentemente l'odore della morte era già nell'aria...
"La zona è in prossimità della ferrovia." aggiunse imperterrito Franco, fregandosene del mio gatto che gli si strofinò ai pantaloni.
Sembrava un telegiornale all'ora di pranzo, caspita.
"Ho già parlato con i maxi-mentulatori. Mi hanno informato su tutto." si sforzò in un sorriso il mio bravo mini-mentulatore. Eh si, Franco doveva sottostare, come me, agli ordini dei superiori. Ovviamente della nostra speciale gerarchia.
Fumavano maledettamente dei sigari puzzolenti e ti frugavano quasi lo stomaco con le loro domande. Alcuni di loro parlavano con accento strano, senz'altro stranieri che avevano studiato un italiano fin troppo scolastico. Non ci era dato sapere da che paese venissero...e poi sembrava che sapessero sempre tutto, al momento giusto.
Sapevamo solo che, ad un loro comando, dovevamo muovere ritmicamente i nostri poveri culi e precipitarci laddove c'era bisogno del nostro intervento.
"E dov'è precisamente?" non volevo pronunciare quella maledetta parola, capace di strapparmi ad un pomeriggio afoso ma tranquillo per un ormai ennesimo incarico.
"Una casa abbandonata, di quelle dei contadini...l'avrai notata senz'altro quando il treno gli passa accanto...intorno solo campagna, erbacce, qualche ulivo sparso...si potrebbe usare la doppietta di mio nonno stavolta..." fece con naturalezza Franco. Per lui usare la doppietta era come se fosse nuotare in una piscina.
"Forse hai ragione. Nessuno potrebbe disturbarci..."
Tentai di ricordarmi l'immagine di quell'abitazione. La trovai e misi a fuoco. Sembrava una cosa facile.
"No, no e no, cazzo. Sono un'idiota. Sarà difficilissimo e ci lasceremo le penne, ci scommetto..." riecco la vocina. Stavolta il rito, imperterrito. Sbuffai.
"Si, ne sono convinto." confermò lui.
Si sedette sulla poltrona, picchiettando con le dita nervose sul bracciolo.
"Ho pensato di chiedere l'aiuto di Sigismondo. E' un tipo fidato e terrà la bocca ben chiusa. Rimarrà a fare la guardia fuori della casa...e stop." la voce era seria e di una lentezza quasi anormale.
"Ok, organizza tu." Non avevo voglia di contrattare nè discutere.
Trascorse un po' di silenzio tra noi. Ripensavo a come l'avevo conosciuta, quasi per caso...lo sguardo seducente, il seno perfetto e quel suo sorriso smagliante che mi apriva le porte...e che porte! Ridevo dentro di me per il mio desiderio assolutamente da colmare.
"Ci sarebbe quella bionda...sai, è veramente una meraviglia..." mormorai estasiato al solo pensiero.
"Non abbiamo tempo. Stasera stessa saremo là."
"Ma chi ti dice che è ancora in quella casetta ammuffita?"
Cercavo di difendere il mio appuntamento.
Rimase in silenzio, quasi seccato dalla mia domanda.
In quel momento lo fissai ancora: assomigliava ad una doppietta pronta a far fuoco. Preferii non aggiungere altro.
Ci mettemmo d'accordo sui particolari di quell'imprevisto piano notturno e poi lasciò casa mia. Non mi restava che vestirmi e attendere l'ora buona.
E rimandare ancora una volta la biondona, le mie scritture...ma non i miei riti. Quelli restavano incollati a me.
(continua)
In principio era la notte e la notte divenne poi alba e soltanto all'alba Egli si riposò, grondante di sudore e fatica, ma trionfante per quello che aveva compiuto.
Poi Lui si tuffò nel suo lago di sangue vergine e pensò alla prossima notte. Così fu scritto e tramandato.
Adorava ricordarselo ogni volta. E quella notte fonda non fu da meno rispetto alle altre. Si spostò impercettibilmente, un'ombra che danzava furtiva alla finestra illuminata dalla luce artificiale del lampione. Da qualche ora ormai, lì fuori, al gelo di fine inverno, ciondolavano sul marciapiede, corpi seminudi da mettere in mostra come volgari mercanzie.
Le auto passavano veloci, trafficavano come scatole impazzite lungo quella strada principale; loro però non smettevano di mettersi in mostra, cappottini in pelliccia, stivali bianchi e reggiseni bene in vista. Donne.
Aveva letto in passato che fu proprio Lui a consigliare a quel ridicolo babbeo, padre della terra, di creare una compagna per Adamo proprio dalla sua costola.
Poi la donna fu formata e forgiata dalla scaltrezza fulgida del serpente e morse l'occasione così come si morderebbe una mela succosa attaccata al ramo. E la donna poi divenne schiava, condannata per l'eternità a sofferenze e cupidigia e desideri altrui.
Quelle donne giù in strada meritavano la lezione. Sogghignò in modo sommesso, nascosto dall'orlo della tapparella, mentre osservava. Del resto la notte era fatta per osservare, riflettere e gestire l'azione successiva, al momento più opportuno. Quelle ore del ciclo giornaliero erano davvero preziose per quanto gli riguardava.
Il suo sguardo languido ne consumava quasi lo spazio e l'aria intorno, poteva assorbire i respiri di quelle ignare prede che fumavano tra l'umidità e salutavano gli automobilisti cercando di attirare l'attenzione.
Nient'altro che meretrici, serve del diavolo divenute parassiti. Lui si riteneva degno e la sua condizione non poteva che essere ideale per ciò che era chiamato ad adempiere.
Il sacrificio diviene espiazione e si trasfigura nel mito, ne era convinto da tanto tempo. Si massaggiò il mento e le tempie, si leccò le labbra, osservando e bramando quei corpi.
Corpi da estirpare, da sventrare e violentare.
La notte sacra vegliava ovunque, stagnandosi in un silenzio propiziatorio. La bestia dentro di lui si sarebbe ridestata.
Flebili lamenti e mugugni disperati provenivano dal corridoio, in fondo alla stanza. Sorrise ancora ma non distolse lo sguardo dalle donne. Ne avrebbe scelta almeno una di loro per il prossimo rito. Ci voleva solo un po' di riflessione e audacia, aggiunta al volere di Lui. E poi avrebbe ricalcato le sue orme, un giorno, masticando il comando su tutto il creato.
A quel pensiero carico di speranza, rise convinto. Accostò la finestra e la sua ombra si dissolse. Mosse i passi in direzione del corridoio, in direzione di quel corpo imbavagliato, percosso e legato alla sedia con pesanti catene. Quell'altra schiava doveva morire prima dell'alba, così era stato dettato nelle litanie recitate al contrario.
Tirò fuori il coltello e la lama scintillò all'ultimo barlume di luce esterna. Avanzò con sicurezza nel suo antro oscuro.
Il sangue del sacrificio sarebbe stato il più prelibato e perfetto unguento per i suoi bagni.